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martedì, 26 giugno 2007

Marcia della pace

“L’agenda politica dei diritti umani” – Un documento per riflettere insieme – Verso la Marcia per la pace Perugia-Assisi

Cari amici,


Vi inviamo un documento scritto da Marco Mascia e Antonio Papisca del Centro Diritti Umani dell’Università di Padova in preparazione del prossimo seminario nazionale della Tavola della pace che si svolgerà il 6 e 7 luglio 2007 ad Assisi.

Si tratta di un contributo particolarmente utile per approfondire il confronto e la preparazione della prossima Marcia Perugia-Assisi, della Settimana della pace e delle numerose iniziative collegate.


Il documento è intitolato “L’Agenda politica dei diritti umani” e propone una riflessione originale sugli obiettivi di fondo del nostro impegno di pace. Non è un documento da approvare o da respingere, ma da utilizzare per definire sempre più la pace come progetto politico.

Questo documento sarà alla base del dibattito che faremo ad Assisi e al quale Vi rinnoviamo l’invito a partecipare. La gravità delle sfide che ci accompagnano e della crisi della politica che dovrebbe risolverle sollecitano il movimento per la pace a tenere alta la sua iniziativa e la sua proposta.

Ogni contributo (anche scritto) al dibattito è benvenuto.

Contiamo dunque sulla vostra partecipazione.

Nella speranza d’incontrarvi ad Assisi il 6 e 7 luglio, Vi inviamo i più cordiali saluti

Flavio Lotti e Grazia Bellini Coordinatori nazionali Tavola della pace Perugia, 24 giugno 2007

Marcia Perugia-Assisi - Settimana della pace 1-7 OTTOBRE 2007 “Tutti i diritti umani per tutti”







La pace non è il suo nome ma ciò che la fa l’Agenda politica dei diritti umani un contributo alla riflessione La 7° Assemblea dell’ONU dei Popoli cade quest’anno nell’Anno Europeo delle Pari Opportunità per Tutti, nel 50° dei Trattati di Roma, alla vigilia del 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, del 60° anniversario della Costituzione della Repubblica Italiana, dell’Anno Europeo per il Dialogo Interculturale, dell’Anno Internazionale del Pianeta Terra. Il significato di queste coincidenze è che la bussola dei diritti umani deve realmente guidare l’azione politica dalla Città all’ONU.







1. I diritti umani interpellano l’Agenda della politica se è vero, com’è, che essi sono il nome dei bisogni vitali di cui è portatrice ogni persona “senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o







sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione” (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 10 dicembre 1948) e che pertanto il loro soddisfacimento deve essere realizzato, prima e più che con sentenze dei tribunali, peraltro necessarie e irrinunciabili in presenza di violazioni, soprattutto con adeguate azioni positive e politiche sociali in sede nazionale e internazionale.







La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani proclama che “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza” (art.1). Il soggetto dei diritti umani non è la persona individualista, ma quella che nasce e si sviluppa nella comunità. La realizzazione dei diritti umani interpella l’impegno di ciascuno nel perseguire obiettivi di bene comune nella città e nello spazio dilatato di un mondo







sempre più interdipendente.La via sicura per il rispetto dei diritti fondamentali è quella di prevenire le violazioni, l’ottica è pertanto quella della promozione più che della sanzione. Il paradigma dei diritti







umani, come sottolinea la Dichiarazione Universale, si propone quale “ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le nazioni, al fine che ogni individuo e ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà”.Il riconoscimento giuridico internazionale dei diritti umani, iniziato con la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale, è la più grande conquista cui l’umanità è pervenuta nel secolo XX durante il quale sono avvenute le più sanguinose guerre della storia, genocidi, olocausto, gulag, pulizia etnica, l’impiego della bomba atomica e l’attacco all’ambiente naturale. Il Diritto internazionale dei diritti umani che si è venuto







sviluppando negli ultimi 60 anni ha innescato una rivoluzione umanocentrica all’interno dell’ordinamento giuridico internazionale, ponendo a suo fondamento il principio del rispetto della “dignità di tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti eguali ed inalienabili” e rendendo a questo strumentale l’esercizio della sovranità degli stati.A questa conquista si è giunti dopo secoli di







rivendicazioni, di violazioni, di testimonianze pagate anche col sacrificio della vita, lungo un percorso che ha visto camminare insieme gli operatori della civiltà del diritto e quelli della civiltà del lavoro.







Alla vigilia del 60° anniversario della Dichiarazione Universale occorre ribadire con forza che questa







conquista è irrinunciabile e che va pertanto difesa e sviluppata nello scrupoloso rispetto dei principi di







universalità, di interdipendenza e indivisibilità di tutti i diritti umani – civili, politici, economici, sociali e culturali, diritto alla pace, diritto allo sviluppo umano, diritto all’ambiente -, nonché del principio secondo cui i diritti umani delle donne e delle bambine sono parte indissociabile dei diritti umani internazionalmente riconosciuti.I diritti umani sono ciò che essi comportano sul terreno della loro pratica attuazione.Sui diritti umani non si fanno, non si possono fare sconti.Il Codice internazionale dei diritti umani non soltanto richiama gli stati e le pubbliche istituzioni al dovere di rispettarlo, ma legittima tutti a farsi soggetti attivi per l’effettività dei suoi principi e delle sue norme.La Dichiarazione delle Nazioni Unite “sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi







della società di promuovere e proteggere le libertà fondamentali e i diritti umani universalmente riconosciuti” (8 marzo 1999) stabilisce infatti che “tutti hanno il diritto, individualmente ed in associazione con altri, di promuovere e lottare per la protezione e la realizzazione







dei diritti umani e delle libertà fondamentali a livello nazionale ed internazionale”  (art.1). Si fa qui appello alla responsabilità sociale di tutti, in particolare di singoli, di associazioni e di movimenti che operano attivamente per la promozione umana all’interno delle comunità sociali e politiche ai vari livelli, da quello locale a quello mondiale. Per i soggetti di società civile è la legittimazione a







esercitare una responsabilità altissima, che supera la portata formale del freddo dovere giuridico e lo traduce in concrete azioni di solidarietà e di protagonismo democratico.







2. Con questa consapevolezza la Tavola della Pace agisce, fin dalla sua nascita, per la promozione e la protezione dei diritti umani quale impegno centrale della costruzione di un “ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati” secondo quanto dispone l’art. 28 della Dichiarazione Universale, dunque per un ordine pacifico, più giusto, equo, solidale e democratico.La Tavola marca il suo pacifismo politico nel segno della legalità e della progettualità.Componente essenziale di questa identità attiva è l’







impegno per l’estensione e il potenziamento della pratica della democrazia, in tutti i suoi contenuti (politici, economici e sociali), in tutte le sue articolazioni, a cominciare da quella partecipativa, a tutti i livelli (locale, nazionale e internazionale) e del dialogo e della cooperazione tra popoli e tra culture lungo il percorso che, senza soluzione di continuità dalla città deve arrivare fino alle Nazioni Unite e alle altre sedi istituzionali multilaterali. L’esercizio sempre più attivo e puntuale di questa identità è indispensabile per rompere i muri dei fondamentalismi, delle incomprensioni e delle discriminazioni e per squarciare la fitta coltre di opacità e di autoreferenzialismo che avvolge i vertici governativi e i







potentati multinazionali economici, finanziari, tecnologici, dell’informazione. Con la legittimazione che ci deriva dal Diritto internazionale dei diritti umani affermiamo con determinazione che non ci può essere pace se non si costruiscono le condizioni in cui le persone e i popoli possano realizzare i rispettivi percorsi di vita, condizioni cioè tali che consentano la piena realizzazione della personalità in tutte le sue potenzialità, materiali e spirituali, e nella pienezza della sua dimensione sociale.







Vita umana, diritti umani e pace costituiscono un nesso inscindibile ai sensi del vigente Diritto internazionale, tale da non ammettere eccezione alcuna. Pena di morte e guerra sono espressione di barbarie, nei loro riguardi







esiste un divieto che è venuto assumendo il carattere,







fortemente precettivo, dello ius cogens. Quando vi si







attenta, si ferisce il cuore stesso della legalità, si accede







alla perversa dinamica del prevalere della legge della







forza sulla forza della legge, ci si avvita in una spirale che







può rivelarsi, usando il monito che Giovanni Paolo II







indirizzava ai fautori della guerra, ‘avventura senza







ritorno’. In questo contesto di imbarbarimento degli







ordinamenti giuridici e dei sistemi politici, diventa difficile







distinguere tra offensori e offesi, tra carnefici e vittime,







con gravissimi danni per le coscienze, in particolare per







quelle dei più giovani.







Una coerente Agenda politica dei diritti umani deve, in via







pregiudiziale, porsi al riparo da equivoci e







strumentalizzazioni che portano a considerare i diritti







umani in termini ora di emergenza ora di assistenzialismo







ora di astratto garantismo processualistico.







La logica del Diritto universale dei diritti umani è quella







della centralità della persona umana, dell’eguaglianza e







della non discriminazione, dunque è la logica dell’







inclusione, come tale postula la “città inclusiva” in un’







Europa, in un Mediterraneo e in un mondo inclusivi, in cui







sia dato a tutti di poter esercitare eguali diritti di







cittadinanza: civili, politici, economici, sociali, culturali.







Il tradizionale istituto della cittadinanza nazionale è







pertanto sollecitato a superare la logica dell’esclusione e







del privilegio, una logica costitutivamente discriminatoria.







La sfida è particolarmente forte per l’Unione Europea, oltre







che per ciascuno dei suoi stati membri, in ragione del fatto







che la cittadinanza dell’UE apre alla pluralizzazione della







cittadinanza nello spazio europeo ma in termini di







complementarietà rispetto alla cittadinanza nazionale.







L’Agenda politica dei diritti umani deve coerentemente







ispirarsi al principio secondo cui “stato di diritto” e “stato







sociale” sono le due facce di una stessa medaglia, in







ossequio al sopraordinato principio di interdipendenza e







indivisibilità di tutti i diritti umani, consacrato dal vigente







Diritto internazionale. Chi discrimina tra diritti civili e







politici da un lato, e diritti economici, sociali e culturali







dall’altro, non soltanto compie un’operazione arbitraria dal







punto di vista logico e giuridico, ma soprattutto attenta







all’integralità della persona, fatta di anima e di corpo, di







spirito e di materia: il diritto all’alimentazione, il diritto al







lavoro o il diritto alla salute non sono meno fondamentali







del diritto alla libertà di associazione o del diritto di







elettorato attivo o passivo.







Pertanto, nell’Agenda politica dei diritti umani, in







conformità con il predetto principio della loro







interdipendenza e indivisibilità, devono trovare eguale







spazio e peso le garanzie dei diritti civili e politici e le







garanzie dei diritti economici, sociali e culturali.







Nel costruire questa Agenda politica si è supportati dal







fatto che le norme internazionali sui diritti umani, le quali







costituiscono il nucleo ‘costituzionale’ dell’ordinamento







internazionale generale, si saldano con le pertinenti norme







della Costituzione della Repubblica italiana, a cominciare







dagli articoli 2 e 3, con la norma “pace diritti umani” che, a







partire dal 1991, risulta oggi inclusa in migliaia di statuti







di comuni e province, nonché in numerose leggi regionali.







Il reciproco rafforzamento degli ordinamenti ai vari livelli,







dalla Città all’ONU, risponde pienamente al principio







statuito dalla Dichiarazione Universale secondo cui “il







riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della







famiglia umana, e dei loro diritti, eguali e inalienabili,







costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e







della pace nel mondo”. La dignità della persona è quindi,







come prima ricordato, principio fondativo dell’ordine







mondiale e di qualsiasi altro ordinamento, e l’esercizio







della sovranità degli stati diventa strumentale al







perseguimento di ciò che deve permettere a “tutti i membri







della famiglia umana” di realizzare, nella libertà dal







potere, dalla paura e dal bisogno, il loro percorso di vita.







3. Pienamente consapevoli di farci assertori di legalità







costituzionale dalla Città all’ONU e con rinnovata







determinazione civica e politica, denunciamo che, mentre







si diffonde la cultura dei diritti umani nel mondo delle







organizzazioni e dei movimenti transnazionali di società







civile, in quello degli enti di governo locale e regionale,







nonché nelle scuole e nelle università, il comportamento







di molti governi, sia all’interno dei rispettivi stati, sia nel







sistema delle relazioni internazionali, dimostra di volere







orientarsi in altre direzioni. All’insegna di “più sicurezza







meno libertà” si registra la perniciosa tendenza a far







prevalere interessi e logiche di spregiudicata Realpolitik







sulle esigenze di sviluppo pacifico e democratico delle







società.







La tortura è disinvoltamente praticata anche in paesi che







vantano antiche tradizioni di rispetto dei diritti umani e dei







Principi dello stato di diritto. Come denunciato dal







Parlamento europeo, non pochi tra questi paesi si sono







prestati alla pratica illegale delle “renditions”.







Si moltiplicano i casi di tratta di esseri umani, in







particolare di donne e bambini. La violenza nei confronti







delle donne e delle bambine, prima ancora di costituire







violazioni flagranti dei diritti fondamentali alla loro







integrità fisica e psichica e alla salute, è un vulnus







direttamente portato al cuore della dignità umana, anzi a







tutti i membri della famiglia umana, a prescindere da







differenze di genere.







La lotta al terrorismo nelle sue varie forme e matrici non







legittima in nessun caso le violazioni flagranti del vigente







Diritto internazionale.







Persiste la tendenza a indebolire le legittime istituzioni







multilaterali, a cominciare dalle Nazioni Unite, preferendo







la via dell’unilateralismo e delle coalizioni multinazionali à







la carte secondo le convenienze degli stati più potenti e







aggressivi.







Denunciamo con forza la tendenza di classi governanti







senza scrupoli a riappropriarsi di quel pernicioso “diritto







di fare la guerra” (ius ad bellum) che la Carta delle Nazioni







Unite, avvalorata dalle successive convenzioni giuridiche







sui diritti umani, ha loro sottratto una volte per tutte. L’art.







20 del Patto internazionale sui diritti civili e politici







dispone al riguardo in maniera perentoria: “1. Qualsiasi







propaganda a favore della guerra deve esser vietata dalla







legge”.







Dai vertici di classi governanti sempre più avvitate nella







spirale dell’illegalità viene propagandata la tesi secondo







cui la “autotutela successiva” ad attacco armato di stato







contro stato, prevista in termini rigorosamente







circostanziati dall’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite







quale eccezione alla proscrizione della guerra e al divieto







dell’uso della forza da parte degli stati, andrebbe intesa







come “legittima difesa preventiva” , trasformando così l’







eccezione in norma generale. In base a calcoli di mera







potenza si distingue arbitrariamente, per quanto riguarda







l’impiego del militare nelle situazioni di crisi, tra “uso







della forza” e “peace-keeping”, demandando il primo agli







stati e concedendo il secondo alle Nazioni Unite.







Invece di far funzionare il sistema di sicurezza collettiva







previsto dalla Carta delle Nazioni Unite, si mette a







repentaglio la pace nel mondo con la strategia dello scudo







anti missile e alimentando la corsa al riarmo. Le tensioni



tra Russia e USA, che riportano alla mente la lunga notte



della guerra fredda e del bipolarismo, hanno riflessi



negativi, fortemente destabilizzanti, sulla politica



mondiale e, in particolare, sulla politica estera dell’Unione



Europea la quale, dal canto suo, si sta dimostrando



incapace di alzare la testa e svolgere un ruolo autonomo di



attore civile sulla scena mondiale.



Quanto sta avvenendo in termini di riarmo, di



proliferazione del nucleare e di diffusione delle cosiddette



armi leggere è in linea con la vecchia, nefasta logica del



“si vis pacem para bellum”, se vuoi la pace, prepara la



guerra. Come dire, nella parentesi che si apre tra due



guerre guerreggiate, preparati a combatterne un’altra. La



“parentesi” viene eufemisticamente definita “pace



negativa”, in realtà è essa stessa guerra, “guerra-



istituzione”, fatta di ricerca e di investimenti di pubblico



danaro in armamenti sempre più sofisticati. Non soltanto



non c’è disarmo, non c’è neppure controllo del commercio.



le armi prodotte dai nostri ‘civilissimi’ paesi prendono vie



sempre più tortuose e finiscono anche nelle mani della



criminalità transnazionale e delle reti terroristiche.



Persistono gli ostruzionismi al funzionamento dei tribunali



internazionali, in particolare della Corte penale



internazionale, insieme con la strumentalizzazione e l’



abuso flagrante della filosofia dello “umanitario” e del



principio etico della “responsabilità di proteggere” per fini



che sono estranei alle missioni di pace e sicurezza umana



delle Nazioni Unite e che riproducono invece lo schema



delle classiche operazioni di guerra, con obiettivi di



distruzione, occupazione e controllo di territori altrui.



Tra questi comportamenti, tanto palesemente illegali



quanto clamorosamente inefficaci anche secondo la logica



del calcolo costi-benefici, c’è l’esportazione della



democrazia con la forza delle armi.



Un indicatore preoccupante di questo “richiamo della



foresta” che si traduce nel rilancio della nefasta politica



delle sovranità statuali, armate e confinarie è fornito, tra



gli altri, dal primo anno di attività del Consiglio diritti



umani delle Nazioni Unite che ha sostituito la vecchia



Commissione diritti umani e dal quale, come noto, gli USA



sono rimasti fuori. In una materia delicata come quella dei



diritti umani, che esige indipendenza e imparzialità per l’



esercizio di appropriate forme di promozione e di



controllo, si registra la tendenza a rafforzare la valenza



intergovernativa, quindi compromissoria, a scapito di



quella sopranazionale, più trasparente e democratica,



esercitata da organi formati da persone indipendenti.



Dopo la plateale corsa al seggio permanente nel Consiglio



di sicurezza registrata nel 2005, ristagna la riforma delle



Nazioni Unite. L’inerzia riformista degli stati copre il loro



attivismo nel depotenziare le legittime istituzioni































































multilaterali.































Nonostante le buone intenzioni espresse nel Rapporto































































Cardoso su “We the peoples: Civil Society, the United































































nations and Global Governance” (2004), lo statuto di































































consultazione delle ONG presso le Nazioni Unite non































































registra alcun apprezzabile sviluppo in termini di































































potenziamento del loro ruolo di partecipazione politica e































































democratica al funzionamento della massima































































organizzazione mondiale.































Continua la distruzione dell’ambiente naturale, nonostante































































l’allarme lanciato da qualificate istituzioni internazionali e































































nazionali. Mentre i cambiamenti climatici sono già in atto,































































c’è un colpevole ritardo nel fare ricorso alle tecnologie di































































risparmio energetico e di impiego delle fonti rinnovabili.































L’economia mondiale continua a rimanere estranea ai































































dettami della giustizia sociale, condizionata com’è dal































































mito del mercato e penalizzata dai danni provocati dal neo































































-liberismo e dalla de-regulation. I governi sono































































flagrantemente inadempienti nel rispettare la tabella di































































marcia stabilita per i Millennium Development Goals,































































fissata dalle Nazioni Unite nel 2000.































E’ stata messa in circolazione la parola “flexicurity”, la































































quale nasconde un nuovo, insidisoso disegno di































































insicurezza e precariato a livello planetario dopo il































































costoso insuccesso dell’offensiva neo-liberista.































Nell’Unione Europea, insieme con persistenti e talora































































violenti rigurgiti di razzismo, xenofobia, nazionalismo e































































populismo, si registra lo stallo del processo di































































costituzionalizzazione del sistema UE, nonostante che 18































































stati membri su 27 abbiano ratificato il Trattato che adotta































































una Costituzione per l’Europa. A prescindere da































































valutazioni di questa o quella parte del Trattato, il fatto è































































estremamente negativo perché impedisce o comunque































































ritarda che la Carta dei diritti fondamentali dell’UE assuma































































forza giuridicamente vincolante. La Carta è importante































































anche per superare le contraddizioni che marcano l’attuale































































statuto di “cittadinanza dell’UE”, fondato sulle































































cittadinanze nazionali degli stati membri e non sui diritti































































fondamentali di tutti coloro che risiedono regolarmente nel































































territorio europeo.































L’Europa sociale, cioè quella dei diritti economici e sociali































































per tutti e della piena occupazione, stenta a prevalere































































sulla nuova, ambigua strategia della flexicurity. I































































“dialoghi” politici e per i diritti umani che l’UE promuove































































con i paesi terzi e i gruppi regionali registrano un































































momento di stasi. La stessa “clausola diritti umani” nei































































trattati con i paesi terzi non ha ancora trovato metodi































































appropriati di monitoraggio sulla sua implementazione da































































una parte e dall’altra. Nel nuovo Consiglio diritti umani































































delle Nazioni Unite, i paesi dell’UE che ne sono membri si































































trovano ingabbiati all’interno di quella che si sta rivelando































































essere una minoranza permanente. Si registrano































































incertezze ed esitazioni nel dar seguito concreto alla































































filosofia della human security, in particolare per le































































missioni di pace comportanti l’impiego del militare. Per































































quanto concerne il Corpo civile di pace europeo, all’ordine































































del giorno delle istituzioni europee a partire dal 1995, non































































si registrano progressi di rilievo al di là di un progetto di































































fattibilità, peraltro non del tutto coerente col paradigma































































dei diritti umani, predisposto per iniziativa della































































Commissione europea.































Il Partenariato euromediterraneo, avviato con la































































Dichiarazione di Barcellona del 1995, ristagna,































































condizionato com’è dalle vicende medio-orientali e per la































































mancanza di una congrua iniziativa politica da parte dell’































































UE, in particolare dei suoi paesi membri che si affacciano































































sul Mediterraneo.































In Italia, nonostante lo sviluppo dell’attenzione ai diritti































































umani che è dato registrare a livello di comuni, regioni,































































ecc., soprattutto sotto lo stimolo delle associazioni e dei































































gruppi di volontariato nonché di scuole e di università, le































































forze politiche dimostrano scarsa o punta ricettività a































































tradurre i diritti umani nella loro agenda operativa.































Non esiste ancora un partito politico che abbia fatto dei































































diritti umani, puntualmente, altrettanti capitoli del proprio































































programma. In sede governativa, si registra la persistente































































opposizione a creare un’adeguata “infrastruttura diritti































































umani”, nonostante la proposta, avanzata da un cartello di































































72 organizzazioni nongovernative, di istituire la































































Commissione nazionale dei diritti umani, il Difensore































































civico nazionale e il Garante nazionale dell’infanzia e































































dell’adolescenza in conformità con quanto































































insistentemente raccomandato dalle Nazioni Unite e dal































































Consiglio d’Europa.































Perfino nel mondo delle associazioni e dei gruppi d’































































interesse economici e finanziari si registrano prese di































































posizione contrarie alle suddette proposte.































Persistono in sede centrale, ancor più che in sede locale,































































forti resistenze al riconoscimento degli elementari diritti































































di cittadinanza agli immigrati.































La piena occupazione quale risposta strutturale al































































precariato, non figura tra gli obiettivi prioritari della































































maggior parte delle forze politiche.































































4. E tuttavia c’è spazio per la speranza. La situazione dei































































diritti umani nel mondo è segnata anche da realtà e































































tendenze che vanno nella giusta direzione. Occorre































































innanzitutto segnalare che il corpo di norme internazionali































































relative ai diritti umani si è recentemente arricchito di tre































































nuove Convenzioni giuridiche rispettivamente sulla































































promozione e la protezione delle diversità culturali da































































parte dell’UNESCO, sulla protezione di ogni persona dalle































































sparizioni forzate e sui diritti umani delle persone con































































disabilità da parte delle Nazioni Unite. Si segnala altresì































































l’adozione, da parte della Conferenza generale dell’































































UNESCO, della Dichiarazione universale sulla Bioetica e i































































diritti umani. 































Sempre al positivo si segnala l’entrata in funzione dell’































































Agenzia Europea dei Diritti Umani e della Corte Africana































































dei diritti dell’uomo e dei popoli, nonché l’incremento di































































attività dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle































































Nazioni Unite e del Commissario Diritti Umani del































































Consiglio d’Europa, dei Rapporteurs speciali e del































































Rappresentante speciale del Segretario generale delle































































Nazioni Unite per i Difensori dei diritti umani. Si segnala































































altresì la crescente attenzione delle Organizzazioni































































internazionali per il dialogo interculturale, in particolare































































da parte dell’UNESCO, del Consiglio d’Europa e dell’































































Unione Europea. Altamente significativo è il percorso































































intrapreso nell’ambito delle Nazioni Unite all’insegna di































































“Alleanza delle civiltà”.































Nell’Unione Europea si segnala positivamente la messa a































































punto di “linee guida sui diritti umani”, con particolare































































attenzione alle materie della pena di morte, della tortura,































































dei bambini nei conflitti armati, degli “human rights































































defenders”.































Ancora al positivo registriamo che ONG e movimenti































































solidaristici transnazionali, sempre più numerosi, sempre































































più informati e consapevoli, sempre più coordinati in































































“reti”, si riconoscono nel Diritto internazionale dei diritti































































umani e lottano per la sua traduzione in Agenda politica































































dalla Città all’ONU.































In particolare in Italia l’insegnamento e l’educazione per i































































diritti umani si vanno diffondendo nelle scuole e nelle































































università, grazie soprattutto all’impegno di gruppi di































































insegnanti e di amministratori locali particolarmente































































sensibili. Da segnalare anche l’adozione di nuove leggi































































regionali specificamente portanti sulla protezione dei































































diritti umani e la promozione della cultura “diritti umani-































































pace-cooperazione e solidarietà internazionale”, nonché l’































































inclusione della norma “pace diritti umani” in statuti































































comunali e provinciali che ne erano privi.































































5. Per ogni diritto umano, un capitolo dell’Agenda politica































































dalla Città all’ONU. Questa Agenda deve prevedere azioni































































concrete all’insegna di “tutti i diritti umani per tutti” sia































































per la politica interna sia per la politica estera. L’elenco –































































aperto – dei diritti fondamentali è quello sancito dal































































vigente Diritto internazionale e dalla Costituzione































































Repubblicana. La sfida è quella di tradurre in pratica il































































principio dell’interdipendenza e indivisibilità dei diritti







umani – civili, politici, economici, sociali e culturali – e il







principio dell’inclusione, che significa offrire occasioni







per l’esercizio di eguali diritti di cittadinanza a tutti coloro







che risiedono nel territorio nazionale. 







La credibilità e la legittimazione della politica si giocano







sul terreno della concretezza. L’Agenda politica dei diritti







umani non può esaurirsi in un astratto preambolo e in







generiche indicazioni programmatiche, essa deve dire







cosa concretamente comporta in termini di azioni positive







e politiche pubbliche soddisfare, per esempio, il diritto







all’integrità fisica e psichica, il diritto alla salute, il diritto







al lavoro, il diritto alla libertà religiosa, il diritto all’







assistenza in caso di necessità, il diritto all’educazione, il







diritto alla pace, il diritto all’ambiente, ecc.







Nell’ordine di priorità dell’Agenda, devono figurare al







primo posto, l’educazione, l’occupazione, la ricerca, le pari







opportunità, l’ambiente, la cooperazione internazionale e il







disarmo.







L’Agenda presuppone che, oltre alla volontà politica, ci







siano strutture e istituzioni capaci di raccogliere la







domanda politica che proviene dagli ambienti di società







civile. In altri termini occorre attrezzare adeguatamente il







sistema Italia.







Occorre pertanto creare le istituzioni nazionali per i diritti







umani: Commissione diritti umani, Difensore civico,







Garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza secondo







i principi raccomandati dalle Nazioni Unite, dal Consiglio







d’Europa e dall’Unione Europea.







Occorre che l’Italia sia presente, con personale







qualificato, in tutte le sedi internazionali in cui si trattano i







diritti umani e le questioni di human security e di human







development.







E’ necessario che ogni anno il Parlamento dedichi una







apposita seduta all’esame sullo stato dei diritti umani nel







paese e su ciò che gli organismi internazionali di garanzia







raccomandano in risposta ai rapporti che l’Italia è tenuta a







presentare in adempimento di precisi obblighi giuridici.







Tra le priorità deve figurare la rapida accettazione della







parte C della Convenzione del Consiglio d’Europa (1992)







sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a







livello locale, già ratificata dall’Italia nel 1994







limitatamente alle parti A e B, che prevede per gli







immigrati il diritto di voto, nonché una più organica







attuazione di quanto disposto dalla Carta sociale europea. 







Urge che l’Italia ratifichi le convenzioni Internazionali







rispettivamente sui diritti umani delle persone con







disabilità, sulla protezione di ogni persona dalle sparizioni







forzate, sui diritti dei lavoratori migranti e dei membri







delle loro famiglie.







La strada dei diritti umani comporta che si riduca la spesa







militare e si aumenti la spesa destinata a politiche di pace,







a cominciare dalla cooperazione allo sviluppo, la tutela







dell’ambiente e gli Obiettivi di sviluppo del millennio.







Giudicheremo i partiti politici sulla base della loro







capacità di dare concretezza ai diritti umani nelle loro







piattaforme.







6. L’Italia è un paese che, ancor più di altri, deve agire nel







sistema internazionale come “attore civile”, consapevole







delle risorse di potere costituite dal suo patrimonio fatto







di autonomie locali, formazioni solidaristiche di società







civile, beni artistici, monumentali e paesaggistici.







In quanto attore civile, l’Italia è sollecitata dalla sua fertile







società civile a farsi protagonista di nuovo, integrale







umanesimo per la governance in sede di Unione Europea,







di Nazioni Unite e di partenariato Euromediterraneo.







Il nostro Paese deve pertanto dimostrare sul campo come







e quanto siano efficaci le politiche intese a prevenire i







conflitti violenti attraverso la diplomazia preventiva, la







diplomazia delle città (city diplomacy), la cooperazione







internazionale, il disarmo.







E’ importante ricordare che disarmo reale può avvenire







soltanto se si pongono le Nazioni Unite e, in stretto







coordinamento con l’ONU, anche le altre legittime







istituzioni internazionali multilaterali, nella condizione di







operare con efficacia e tempestività. Il disarmo dipende in







grande misura dalla messa in funzione del sistema di







sicurezza collettiva quale previsto, nelle sue linee







generali, dalla Carta delle Nazioni Unite.







L’Italia deve contrastare con determinazione la tendenza







dei paesi più potenti a riappropriarsi di quel diritto di fare







la guerra (ius ad bellum) che, come prima sottolineato, la







Carta delle Nazioni Unite ha loro sottratto una volta per







tutte. 







Essa deve farsi interprete dell’esigenza sempre più







impellente di un ordine mondiale dell’economia che







risponda ai dettami della giustizia sociale, dello sviluppo







umano e quindi di tutti i diritti umani per tutti.







Il governo italiano deve farsi parte attiva nel cantiere per la







riforma delle Nazioni Unite ed essere ricettivo nei







confronti delle proposte di quelle formazioni di società







civile globale che hanno scelto la ‘via istituzionale







nonviolenta e democratica alla pace’ – la “via Perugia-







Assisi” come sottolineato nel gennaio 2006 in occasione







del 10° anniversario della Tavola della Pace –, e che







proprio nel cantiere della riforma si dimostrano







particolarmente attive e puntuali soprattutto a partire dal







1995, anno del cinquantesimo della costituzione dell’ONU.







Per rafforzare l’Organizzazione delle Nazioni Unite, il cui







destino è strettamente legato all’effettività del Diritto







internazionale dei diritti umani, occorre dotare di più







diretta legittimazione democratica i suoi organi







decisionali e di più sostanziosa partecipazione di società







civile i suoi processi decisionali: dunque, democrazia







rappresentativa e democrazia partecipativa a livello







mondiale. Urge che si faccia funzionare il sistema di







sicurezza collettiva sotto l’autorità “sopranazionale” delle







Nazioni Unite, sicurezza da intendersi come “sicurezza







umana” multidimensionale (human security), dunque come







"sicurezza della gente” (people security) comprensiva di







ordine pubblico, giustizia sociale ed economica,







salvaguardia dell’ambiente.







In questo quadro le missioni di pace delle Nazioni Unite







dovrebbero acquisire una volta per tutte la denominazione







di “missioni per la sicurezza umana” e avere al loro







interno una congrua componente civile, con al centro il







Difensore civico con funzioni di sorveglianza e mediazione







rispetto ai comportamenti di tutti i membri delle missioni







nei loro rapporti con le popolazioni e le autorità locali.







Attorno all’ufficio del Difensore civico dovrà esserci







personale adeguatamente formato, esperto soprattutto per







l’esercizio di funzioni di monitoraggio dei diritti umani, 







fact-finding, enquiring, early warning. La ‘dimensione







umana’, segnata dal paradigma dei diritti umani, deve







esere trasversale sia alla componente militare sia a quella







civile.







E’ lecito attendersi che l’esemplare protagonismo messo







in atto dal Governo Italiano in Libano, prima sollecitando il







ruolo attivo delle Nazioni Unite e dell’Europa poi







partecipando con un considerevole numero di militari alla







missione, prosegua con un’iniziativa volta a rafforzare la







‘dimensione umana’ di questo genere di missioni. L’







iniziativa potrebbe costituire un valido precedente per







caratterizzare in maniera definitiva qualsiasi altra







operazione di pace intrapresa dalle Nazioni Unite e dall’







Unione Europea, partendo dall’assunto che la Politica deve







guidare e controllare, ‘da casa e sul campo’, le operazioni







comportanti l’uso del militare. L’assunto implicito è che il







ruolo dei Ministeri della Difesa sia complementare, anzi







subordinato, rispetto al ruolo dei Ministeri degli Affari







Esteri.







Occorre che il Governo Italiano, forte del credito acquisito







con l’iniziativa per il Libano (e il collegato rilancio della







centralità delle Nazioni Unite…), prenda l’iniziativa di







costituire il Corpo Civile di Pace Italiano.







Urge potenziare il sistema di organi internazionali deputati







alla garanzia dei diritti umani e quindi al controllo del







comportamento degli stati in materia. In particolare







occorre sostenere il ruolo dell’Alto Commissario delle







Nazioni Unite per i diritti umani e l’insieme dei Comitati







preposti al monitoraggio dell’attuazione delle più







importanti Convenzioni giuridiche internazionali sui diritti







umani.







L’Italia deve far propria la proposta, da diversi anni anni







avanzata negli ambienti di società civile globale, mirante







alla convocazione di una “Convenzione globale per







rafforzare e democratizzare le Nazioni Unite”, cioè di un







organo ad hoc aperto alla partecipazione di varie fasce di







rappresentanza: governi, parlamenti, enti locali,







organizzazioni non governative. Il senso di questa







proposta è che la democrazia internazionale deve manifestarsi già nel momento in cui si progettano gli sviluppi dell’ordine mondiale.







7. Poiché la cittadinanza dei diritti umani è cittadinanza







inclusiva e lo spazio istituzionale in cui questa esercitarla







deve avere esso stesso i caratteri dell’inclusione quale







premessa di coesione sociale e di volontaria integrazione,







l’Italia deve promuovere il dialogo interculturale per la







“città inclusiva” al suo interno e nei sistemi di







cooperazione di cui fa parte, a cominciare dall’Unione







Europea.







In questo contesto, l’Italia deve essere esempio di genuina







laicità, nella consapevolezza che gli indicatori di questa







sono tutti i diritti umani e le libertà fondamentali, a







cominciare dalla libertà religiosa, di coscienza, di pensiero, di espressione.







Perché questo impegno per il dialogo e l’inclusione sia







sentito e partecipato da tutti, occorre che l’educazione ai







diritti umani sottolinei il valore della responsabilità







sociale e della solidarietà nei contesti comunitari e







istituzionali quali si articolano ai vari livelli, dalla Città,







all’Europa, al mondo.







Come ricordato all’inizio, la Dichiarazione Universale dei







Diritti Umani addita “l’insegnamento e l’educazione” quale







strada maestra per il loro rispetto, dunque in corretta







prospettiva pedagogica di orientamento all’azione. Questo







porta a dire, senza tema di retorica, che coloro che







insegnano, educano e formano per i diritti umani, la pace,







solidarietà, il dialogo interculturale sono ancora più







importanti, se possibile, dei capi di stato e dei giudici.







A sottolineare il rilievo civico e politico di questo compito







di garanzia primaria dei diritti fondamentali, torna utile







richiamare il testo dell’articolo 13, primo comma, del Patto







internazionale sui diritti economici, sociali e culturali del







1966, che precisa qual è il contenuto che il vigente Diritto







internazionale assegna al diritto all’istruzione-educazione:







“Gli Stati parti del presente Patto riconoscono il diritto di







ogni individuo all’istruzione. Essi convengono sul fatto







che l’istruzione deve mirare al pieno sviluppo della







personalità umana e del senso della sua dignità e







rafforzare il rispetto per i diritti umani e le libertà







fondamentali. Essi convengono inoltre che l’educazione







deve porre tutti gli individui in grado di partecipare in







modo effettivo alla vita di una società libera, deve







promuovere la comprensione, la tolleranza e l’amicizia fra







tutte le nazioni e tutti i gruppi razziali, etnici o religiosi ed







incoraggiare lo sviluppo delle attività delle Nazioni Unite







per il mantenimento della pace”.







Occorre preparare i giovani ad alimentare nuove classi di







governanti in sede nazionale, locale e internazionale, che







abbiano i diritti umani nella mente e nel cuore e che







capiscano fino in fondo ciò che significa la seguente







verità: se le costituzioni hanno un cuore, non possono non







averlo, questo sono i diritti umani.







Marco Mascia e Antonio Papisca







Centro Diritti Umani dell’Università di Padova







Giugno 2007 
postato da digiacinto alle ore 11:35 | link | commenti
categorie: pace diritti umani